

abato 16 Settembre è stata una giornata con luci e ombre; letteralmente più ombre, dato che ha piovuto sempre! Sono partito alla mattina dalla stazione di Odawara, vicino ad Hakone, con lo Shinkansen; il gruppo con cui - più o meno - avevo sempre viaggiato fino a quel momento sarebbe proseguito diretamente a Kyoto, mentre io sarei sceso a
Nagoya, da solo. Immaginatevi il mio stato d'animo. Il tempo che potevo osservare dal finestrino era pesantemente nuvoloso; in più mi vedevo già boccheggiante per il caldo, siccome avevo notato più d'una volta la temperatura esterna: 28° C. Le premesse erano orrende.
Invece la giornata si è risollevata di colpo per merito della mia guida personale (essendo da solo a visitare la città...): simpaticissimo, disponibile, competente, m'ha addirittura lasciato il suo biglietto da visita... una meraviglia! Dopo un ottimo pranzo in un ristorante della stazione (chiaccherando del più e del meno, la guida mi raccontò del disastro provocato dal Tifone n. 14, abbattutosi sulla zona un paio di giorni prima. Durante la notte era caduta la stessa quantità d'acqua di 4 mesi... in un paio di punti gli argini del fiume si erano rotti, inondando la parte ovest della città. Verificandosi di notte, senza preavviso, il disastro aveva colto di sopresa le autorità cittadine, impedendo una corretta informazione alla gente. Quindi, credendolo un giorno come altri, si erano messi in viaggio per raggiungere le stazioni ferroviarie/della metropolitana, a parte lo scoprire troppo tardi che erano allagate. 75 Shinkansen in arrivo o in partenza erano stati bloccati, costringendo 15.000 abitanti della zona a rimanerci per 10 ore: la più lunga sosta mai occorsa al servizio. Cosa era rimasto di tutto questo? Niente, perchè da quello che potevo vedere la vita era tornata assolutamente come prima.) ci siamo messi in viaggio per la città. Per l'occasione avevo a disposizione un taxi e autista prenotati per tutta la durata del tour! Altro aspetto molto positivo: non avevo i minuti contati durante le visite. Oooooh, che goduria! Sfortunatamente m'è capitato solo durante quella giornata.

Per prima cosa abbiamo fatto un giretto nel sottosuolo della città, che sembra essere stato completamente svuotato e riempito con centri commerciali, autosaloni (!!), vetrine, fontane... bellissimo da vedere, ma un incubo da girare da solo! Risaliti in superficie, ci siamo spostati alla volta del castello,
Nagoyajo (jo sta appunto a significare castello, e, come prevede la grammatica giapponese, va per ultimo - aperto dalle 9 alle 16,30. Costo dell'entrata: 500 ¥). Sebbene molto bello, la pioggia e il fatto che - ai miei occhi da profano - i castelli giapponesi appaiano tutti uguali, hanno un po' sminuto la visita. Le foto che vedete a fondo pagina si riferiscono proprio a quella visita (la foto a sinistra, che mi ritrae, l'ha ovviamente scattata la mia guida).

Essendo solo in due a visitare il castello abbiamo fatto abbastanza in fretta da permettere una puntata al Teatro Noh, che si trova nelle immediate vicinanze (se non ci arrivate dal castello, scendete alla stazione Sako della JR Line, oppure alla stazione Sengen-cho della linea metropolitana Tsurumai). A parte gli stupendi
interni del teatro, vale la pena di visitarlo per scoprire un importante aspetto della vita culturale del Giappone. Nel Periodo Heian le scene erano state dominate da acrobati, giocolieri e mimi, ma con l'entrata nel Periodo Kamakura il Noh acquistò sempre più spazio; i temi erano più seri, con una particolare attenzione al canto e alla danza. Il Noh va in scena su uno speciale
palcoscenico - con tanto di tetto - costruito di cipresso giapponese (
hinoki). Nel caso del Teatro di Nagoya, il legno viene dalla zona di Kiso. Sullo sfondo del palcoscenico è dipinto il pino - simbolo di lunga vita (è l'unico elemento decorativo, in quanto il genere Noh non prevede fondali: sta nello spettatore immaginarsi montagne, o terremoti, aiutato dalla musica, dalla declamazione del testo e dai movimenti degli attori). Ci sono due tipi di sfondi: rappresentanti il pino da giovane e da "vecchio". Vengono alternati di anno in anno.
Gli attori si dividono in 3 categorie: il protagonista (shite, che indossa sempre una maschera), il coprotagonista (waki, che non la porta) e il compagno/assistente del protagonista o del waki, il tsure. Ci sono poi i musicisti per suonare i flauti e i tamburi. Le maschere vengono intagliate e dipinte a mano, durante due (!) settimane di intenso lavoro. Quelle più terrificanti non rappresentano gli oni (i demoni), come erroneamente supposi io, ma le donne gelose. Come dire: non fatele MAI arrabbiare! Un altro aspetto interessante è il linguaggio usato: gli attori parlano il giapponese del 14° secolo, talmente difficile che i sottotitoli trasmessi durante le trasmissioni in TV servono ai giapponesi stessi!! Naturalmente, se assistono ad una rappresentazione dal vivo, apprezzano l'aspetto visivo senza capire una mazza della storia!

Ancora un po' in vantaggio sulla tabella di marcia, ci siamo spostati al Museo Commemorativo dell'Industria e della Tecnologia Toyota. Lo sapevate che in origine la famosa ditta si chiamava Toyoda (dal nome del suo fondatore, Sakichi Toyoda)? E che non è nata come fabbrica di automobili, bensì di macchine per la filatura dei tessuti? Beh, nemmeno io! Ed è solo un paio di informazioni che ho appreso gironzolandoci. Sebbene abbia trovato l'ala in cui viene mostrata l'evoluzione delle macchine tessitrici molto interessante (ne è presente un esemplare
funzionante di ognuna, dagli albori della tessitura fino alle macchine a controllo numerico), il pezzo forte è la parte dedicata all'evoluzione delle auto del gruppo Toyota (il nome fu cambiato per non generare confusione con l'attività di filatura dei tessuti, tutt'ora a regime). Dai primi modelli, che non possono non farci sorridere per la "semplicità", si arriva alle ultime versioni di auto, delle quali viene mostrata l'intera catena di assemblaggio usando glii stessi macchinari delle normali catene di assemblaggio. Ovviamente, anche se funzionanti, le macchine non saldano sul serio i pezzi della carrozzeria! C'è una lampadina che si illumina simulando la saldatura.
Ridendo e scherzando (il mito dei giapponesi imperscrutabili è un po' una finta, per me), io e la guida ci siamo avviati verso la stazione, per prendere un treno locale (della compagnia Kintetsu) alla volta di Toba. Io già mi prefiguravo un tragitto da solo, quindi deprimente al massimo, ma sopresa: sebbene la guida abitasse a Nagoya, come mi aveva detto, mi ha accompagnato fin dentro la hall dell'albergo a Toba!!! L'ho solo potuto ringraziare, non trovando parole adeguate.

Essendo stata ricostruita completamente dopo la guerra, Nagoya non conserva la classica, e incasinata, urbanistica giapponese: invece ha le strade che si intersecano ad angolo retto, come quelle delle città statunitensi. Se da un lato toglie originalità, dall'altro facilità il viaggiatore a piedi! Non offre molte attrazioni; a parte quelle di cui vi raccontato prima, bisognerebbe visitare anche il Santuario Atsuta Jingu, nel quale viene conservata (ma sfortunatamente non esposta) la spada sacra del principe Yamatotakeru, uno dei tesori più venerati di tutto il Giappone.


Siccome ero imbarazzatissimo a mostrarvi solo le mie due squallide foto, ho pensato bene di mostrarvi il Castello di Nagoya al suo meglio (se non ci arrivate, ho scansionato una cartolina).
